sommacco

Immaginario adamantino

Sonetti erotici e meditativi.

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di Luca Palladino

 

Se ti capita di entrare nei sonetti erotici e meditativi del signor poeta Giuseppe Gioacchino Belli immediatamente capirai che non è indispensabile capire il romanesco, così come non è indispensabile capire cosa dice David Bowie nella sua canzone che s’intitola “China Girl”. In effetti, se ci si lascia trasportare dal ritmo di questa canzone e dalla voce profonda come il mare di David Bowie si può facilmente constatare che… oh oh oh ohoo little china girl! Non è magnifico non sapere dove si vuole andare a parare? Non è fantastico annegare nell’abisso di questa canzone? Non è proficuo ascoltare il proprio corpo che si muove tra le allusioni? Non è sublime capirla purtuttavia?

Con questo preambolo vorrei manifestare che la plebe che canta il Belli nei suoi sonetti non sa eppure insegna a sapere di sapere, e lo fa agli alunni che siamo noialtri: poveri fijji de miggnotte.

La plebe ai tempi del Belli c’insegna ad ascoltare il nostro corpo, c’insegna a combattere il potere brutto e cattivo con l’ironia, c’insegna a resistere contro i soprusi dei preti, agucchiatori della fessa; c’insegna a liberare il nostro corpo, c’insegna a vivere d’imprevisto e a, vivadio, fare l’amore.

Nei suoi sonetti erotici e meditativi il Belli dà voce al popolo romano, minacciato dalla società del tempo alla condanna perpetua all’onanismo, alla pena capitale de morì ammazzato dentro un cuore e una capanna.

Peccristo, li preti se ssò inventati la storiella che il sesso libero è peccato mortale, un biglietto di sola andata per l’inferno, e se la ssò inventati probabilmente per contrastare l’aumento demografico, ché tante bocche da sfamare potevano recare una minaccia per le proprie di bocche, ché quanno il popolo ha fame diventa feroce ed entra financo in canonica a riempirsi la pancia. Credo che questa guerra che la società dei preti ha fatto al volgo, con il risultato di togliergli la libertà del corpo, sia stata vinta da mo’, basti osservare la nostra epoca, dove il sesso non è come dovrebbe essere, ossia un bisogno corporale al pari di quella abitudine che si spera sia quotidiana e che si chiama defecare, ovverosia cacare. Per esempio, dopo che abbiamo defecato non ci sentiamo rinascere? Non ci sentiamo liberi dalle feci? Al contrario, dopo che abbiamo eiaculato non ci sentiamo in qualche modo prigionieri e nudi e soli e stitici? Io trovo che ci hanno tolto il piacere de ffotte, ci hanno tolto il piacere della carnalità e brutalità dell’atto. Ci hanno tolto la naturalezza del movimento, la spontaneità della messa in scena, e ci hanno condannato alla solitudine. L’ultra società consumistica della nostra epoca ha preso piede solamente perché si è vietato il sesso libero: a quest’ora non stavamo a cazzeggià su internet se ci avevamo il possesso della nostra primordialità; a quest’ora stavamo con i blue-jeans macchiati di erba all’altezza delle ginocchia, a quest’ora eravamo felici.

Ad ogni buon conto, con il Belli il popolo di Roma, e non solo, trova inchiostro che afferma, trova una piazza dove urlare liberamente il proprio dissenso, la propria contrarietà alla castità.

La voce che il Belli dà al popolo non è edulcorata per nulla al mondo, nessun ricamo vi è, nessun marchingegno che distorce la parola, non vi è nessuna censura nelle parole del Belli, e questo è avanguardia. I sonetti erotici e meditativi di Giuseppe Gioacchino Belli, editi da Adelphi, sono un inno alla sorca e all’uscello, puzzano di santa iggnuda e vvera verità.

Il Belli, dunque, nei suoi fondamentali sonetti ci esorta al libero amore, a ffotte senza remore, ad essere mignotta e puttaniere, con un memento mori di pura e commovente onestà, ossia “da paura”: arricordateve che cresce il naso, crescono li cojjoni e cala il cazzo.

Beati coloro che leggono il Belli e che fanno all’amore come si cacano semi di lino, con disinvoltura, perché guadagneranno il regno dei cieli qui e ora, “in sto monnaccio iniquo e ppeccatore”.

 

 

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Metti la seconda, Vincent

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di Vandyke

Vincent era nel traffico, suo malgrado all’ora di punta.
Sbuffava, come davanti a lui centinaia di marmitte.
Il rosso del semaforo gli inondava gli occhi saettanti contro il colpevole che gli sedeva accanto.
Lucy guardava il paesaggio immobile fuori col bruciore in gola.
Pensava al verde più verde dei semafori di Bologna.
Due ore su quella corsia preferenziale del boulevard col burro comprato poco prima in borsa.
Aveva appena imparato che i batteri si moltiplicano ogni venti minuti a temperatura ambiente.
Non si era lavata le mani, come manco tutti quelli che aveva incontrato da quando se le era lavate alle 15.
Aveva evitato inconsciamente di incrociare sguardi e pensieri di Vincent Tuonante per almeno un’ora e mezza.
Poi “sono incinta”, con “-cinta” coperto dallo sforzo della prima usata come freno contro la leggera pendenza della preferenziale.
“Sono incinta”. Stavolta fu chiaro a tutti.
Vincent smise di saettare e cominciò a visualizzare e ordinare sotto forma di tavola periodica tutti gli scenari possibili innescati da quella frase elementare, dal 20 Cazzo al 102 Non c’è modo, dal 101 colpa del Md al 71 Lucy e 23 Vincent si sdoppieranno.

 

Alfio con noi

di Luca Palladino

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È agosto e sono le quindici e Alfio se ne sta al bar con i gomiti appoggiati al bancone e con le palme delle mani a sorreggergli il viso, mentre pensa a di chi sia quel bel culo che va incontro al Guttuso nella Vucciria. Sì; Alfio si rifiuta di credere che quel bel deretano sia di…

“Riempimi il bicchiere che sono giù di corda”, gli fa Alfio all’oste.

Il cruccio e Alfio si sentono come se stessero dentro un mare, dove nulla si sente se non la mezza idea di risalire in superficie.
Alfio risale in superficie giusto in tempo per vedere che di fianco a lui si è seduta una ragazza dai capelli fulvi impegnata a digitare sul suo smart-phone la sua posizione attuale: “sono qui e per nessuna ragione al mondo potrei essere altrove”. Alfio e quella ragazza sono lì per davvero, e sembra che l’unico ad accorgersene sia solo il primo.
Alfio non fa neanche in tempo a pensare a come avvicinarsi alla ragazza dai capelli fulvi che la ragazza non è più lì; già posizione.

Cosicché il pensiero riaffiora.

“Riempimi il bicchiere che sono giù di corda”, gli fa Alfio all’oste.

Il bar dove Alfio si sta bevendo un vino bianco di Sciacca è nel cuore della Vucciria, un quartiere di Palermo indove ci fanno il mercato, “ma che non è più come una volta”. Eppure la Vucciria non ne ha abbastanza della vita: delle voci, dei volti, degl’incontri, degli scontri, delle anime, dei corpi, della carne; del silenzio non mai.
Alfio beve e si guarda attorno cercando pretesti che lo distolgano dal pensiero in cui si è ficcato, il pensiero di quella bella silhouette sinuosa che si muove con sapienza pur essendo dipinta.
Gli occhi di Alfio incontrano la fauna della Vucciria: si capisce che nessuno ama lo scirocco. D’altra parte lo scirocco soffia ai sensi di legge; spira da sud-est nomine domini.
Il signor Tale, che si vede che è un habitué, ordina il solito e l’oste mette mano a una bottiglia di plastica che contiene un liquido che ricorda il colore dell’aperol, si capisce benissimo che è una porcheria. E’ un preparato fatto apposta per gli habitué dal signor Totò, il proprietario del bar, con l’intento di diluire il vino, e non perché ve n’è carenza.
Il signor Tale, che si lamenta dello scirocco, se lo beve tutto d’un fiato il preparato, si vede che è giù di corda.
Mentre il signor Tale deglutisce, i discorsi fluttuano collettivi. Nel bar vige un dialogo orizzontale che Socrate riposerebbe in pace. Financo il signor Totò, dall’alto del palcoscenico del suo bancone, partecipa ai discorsi in modo orizzontale; dall’orizzonte ne esce solamente quando somministra, ossia quando diventa padrone. Egli, così devoto al pragma.
Nel bar del signor Totò si è soliti parlare del più e del meno, di minne e del pallone, si scherza ma si dice vero con una leggerezza che neanche la politica e la religione, ossia la consorteria, possono turbare.
Dev’essere davvero rincuorante per i frequentatori del bar, e non, sapere che dal signor Totò si respira l’indipendenza da tutto ciò che succede all’esterno, sapere che dal signor Totò non ci si schiera, in quanto c’è un unico schieramento, la Forst: il toccasana dei toccasana.
È indispensabile solo possedere moneta in questa specie di autarchia, anzichenò. Del resto, nessuno è perfetto.
Alfio, frattanto, in ottemperanza alle consuetudini del posto, si lamenta del caldo. Guardandolo si può notare ad occhio nudo che del suo cruccio gli è rimasta sul volto la stimmate; “il volto è tutto”, ci dice il Guttuso.
“Riempimi il bicchiere che sono giù di corda”, gli fa Alfio all’oste.
“Prima devi saldare il conto”, gli fa l’oste ad Alfio.
Alfio allora, risentito, si chiude a chiave nella sua mente a fabbricare ragionamenti sul come andare incontro al suo volto, al caldo e al recupero crediti.

15 minuti di inadeguatezza.

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di Vandyke

 

20.30. Un caffè macchiato e un bicchiere d’acqua ordinati in una terrazza del sedicesimo.

Una bottiglia di champagne che viene stappata accompagna la seconda piccola dose di caffeina di un inadeguato risveglio serale.

Nelle narici l’odore dell’amido dei colli che si slacciano dopo 10 o più  ore imponibili.

Il caffè sale sulla mia palpebra sinistra che comincia a vibrare disordinata.

Frugo in pensieri di distensione.

Penso alle 18 ad Abbesses, al mio decontrarmi mentre Alex si contraeva sopra di me.

Ora è anche peggio ed è il caso di accavallare le gambe.

Tengo lo sguardo basso sui piedi e mi chiedo perché mai vicino a me ci siano imbarazzanti tacchi 12 che nel ventesimo costano 14,99 euro e nel sedicesimo 1499 euro.

Le braccia mi avanzano e non so dove metterle.

Sul boulevard sfilano coppie strette non da abbracci ma da cravatte blu e tubini neri.

Forse alla sera, sul divano davanti al televisore spento, parlare non è cosa.

Sguardi vuoti e contrazioni nervose di labbra.

Triste come la foto di profilo declinata a Wahrol.

Come il corso di latinoamericani allo scoccare della coppia fissa.

Come i pinzimoni alle feste in casa, nonostante la casa sia bella.

Il mio appuntamento in ritardo di quindici minuti e il caffè centellinato manco fosse altro.

Non so come togliermi dall’impaccio dell’attesa di chi smentirà l’accusa, rivoltami da terzi, di non voler nuovi amici oltre ai pochi che ho.

So che elencherò i miei interessi aggiungendone un paio a quelli reali.

Citerò in ordine l’ultimo libro letto, l’ultimo film visto grazie al prolungamento nelle sale, la mostra del nuovo Turner Prize a cui conto di andare, concerti gratuiti e a pagamento dell’ultimo e del prossimo mese, il nuovo ristorante in cui fanno un incredibile piatto indecifrabile.

Ascolterò l’elenco dell’interlocutrice con la stessa attenzione con la quale declamo il mio, impegnandomi a non dormire sulla z di “Prize”, a non muovere il piede al tempo di quell’odiosa musica chill-out che continua a risuonare dagli anni novanta, e a non esprimere giudizi affrettati riguardo a quella confessione inopportunamente spiattellata di “desiderio di maternità che sai, l’orologio biologico dopo i trenta…”.

Un sogno

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di Claudi

Sono in macchina, quella attuale di mio padre, un suv grigio; non ricordo assolutamente la marca, diciamo che non me ne intendo. Mi sembra ci siano i miei fratelli, e mio padre; forse c’è anche lei, ma a tratti mi sembra invece si tratti di mia madre. Stiamo andando ad una rocca, in cima ad una specie di grande monte affusolato; non vedo molto bene, sono seduta dietro ma a volte anche davanti. Comunque la vista non è chiarissima; la rocca è tutta bianca e illuminata da un fascio di luce aranciata, che la rende un po’ color sabbia. A tratti mi ricorda Minas Tirith del signore degli anelli, a tratti il Sacre Coeur.

La strada è tutta in salita; ai lati ci sono varie botteghe, case popolari, un po’ mi ricorda la Croazia, la Serbia, ma in realtà mi pare che ci troviamo a Ferrara ora che ci penso. E’ di color arancio, giallo ambra; son le strade terrose, argillose della Grecia. Sta guidando mio padre, appare nervoso, inquieto; c’è qualcosa che non lo convince, e nemmeno io son tanto serena. Infatti mentre procediamo ad un tratto mi sembra che la strada sia troppo stretta, comincia a sgretolarsi sotto di noi; lo faccio notare a mio padre, sono fianco a lui e forse dietro c’è Il mio fratello. Mio padre dice: “Eh no, qui non si va mica eh…” e fa la retro e non sono molto tranquilla, non mi piace.

Ripresa la strada principale, all’improvviso decido di farmi lasciare lì, in un posto che parrebbe una spiaggia pubblica; la vediamo sul lato, come al termine di una grande discesa, in parte illuminata, pare color sabbia sporca, in parte buia, verde militare. Mi rifugio lì per fumarmi una canna, sapendo che non è cosa. Ritorno in un grande parcheggio dove ritrovo la mia macchina, cioè il suv di mio padre; salgo e inizio a guidarlo.

Guido malissimo, con grande difficoltà e tutto in discesa; l’auto prende velocità, come una bicicletta senza freni, io sono piccola in quell’auto enorme e i freni son difficili da comandare. Ho scordato i pedali; sono una delinquente che ha preso in maniera incosciente un’auto più potente di quel che credevo, e soprattutto che non potrei guidare. Non son sicura di aver preso la strada giusta, cioé quella in discesa ma l’auto va troppo veloce, non posso fermarmi e ci son tantissime curve. Penso di arrivare in un posto che parrebbe quello giusto; invece mi ritrovo:

PRIMA VERSIONE. Abbandonato ogni dubbio e con essi il suv, risalgo con ansia delle scale a chiocciola, con gradini di pietra impolverata, bianchicci sporchi; sono in una torre. Arrivo in una casetta così fatta: perpendicolarmente alla porticina d’ingresso vi è una piccola scrivania, tutta di legno scuro visibilmente divorato dalle tarme; sul lato fronte a me riconosco Il big della comunità e altri, credo anch’essi dottori, qualche ragazzo che gironzola. Capisco rapidamente di essere lì in attesa della mia ammissione alla comunità. Tutto quanto svanisce in dissolvenza¹.

SECONDA VERSIONE. Biascicando qualche spiccia parola i miei occhi scorgono un ricco salotto, corredato da divani di legno, molto antichi; cuscini ricoperti di velluto rosso, molti specchi un po’ ingialliti dal tempo, tappeti, libri. Penso subito sia dei parenti di lei. Ci sono il mio fratellino, seduto su uno dei divani, e lei. il mio fratellino m’appare più piccolo di com’è realmente ora, lei si trova forse di là, in quella che potrebbe essere la cucina. Vado “mi sembra” nel bagno, c’è qualche problema, dentro di me penso che il mio fratellino non sia sereno, non so perché.

TERZA VERSIONE. C’ho il culo² su una sediola verde pallido pallido; sala d’attesa, nell’attesa di qualche cosa. Sembra un ambulatorio, qualcosa di medico ma non so; inizialmente non è inquietante, ci sono altre ragazze con me,forse un paio. Solamente all’ingresso in un’altra stanza capisco di essere lì per un aborto. Mi si gela il sangue nelle vene, ho paura. Ci sono cinque letti con lenzuola gialline e azzurrine; i letti sono alti, sono da ospedale. Penso che lì non ci staranno cinque flebo, cinque persone per le ricoverate ecc. Quando le altre entrano nella stanza sembrano esultare, io credo di capire sia per motivi estetici diciamo, e forse anche per il fatto di essere in compagnia; le rimprovero subito ed in maniera davvero poco gentile perchè ehi, che cazzo c’è da ridere…? no, sul serio. Si figurano velocemente tutta una serie di episodi, collegati tra loro come il montaggio d’un film; sento tristezza profondissima e ancora di più è quel senso di colpa, sterminatore, distruttore.

Sogno del 13 luglio 2013, Paris.

 

*¹ Riferimento cinematografico: passaggio da una scena all’altra sfumando le frame finale-iniziale della scena

*² La volgarità verbale; mi dispiace, ma questa è la formazione che c’ho avuto. Mi è sempre stato un po’ sul cazzo far la donnola perbene e poi ritrovarmi in gesti e situazioni opposte. Voglio dire, sei quello che mangi, o no?

 

 

A testa bassa.

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di Luca P

Mi si fa presente che sono un camminatore a testa bassa, un viaggiatore senza bussola, un passeggero diretto al capolinea.

Mi si rimprovera che non alzo la testa, che non guardo quello che vi è sopra di me: “hai presente il capitello?”, mi fa.

Sono un modello involontario del pensiero in movimento: mentre cammino la testa mi si riempie di pensieri, più cammino e più si fa pesante, e più si fa pesante più si volge verso il basso.

Cammino per le vie di Buenos Aires, così, come potrei camminare per le vie della mia città, soppesando a testa bassa. Come se le conoscessi digià le vie che percorro. Qualcuno potrebbe pensare, guardandomi, che non osservo ciò che passa, e può anche darsi che sia un osservatore perspicace colui che si lascia andare a tal giudizio, tuttavia, anche se il mio sguardo è rivolto verso il basso, le cose si materializzano davanti ai miei occhi all’improvviso, come se strappassero il mio sguardo, come se non decidessi io cosa guardare, quando e perché: sono in balia del capitello, è lui, con i suoi tempi e le sue ragioni, che guarda me e non io che guardo lui.

Per via di tutte queste apparizioni, mi accorgo che…

Mi accorgo che qui, come nel resto dei paesi civilizzati, non vedono l’ora che un palazzo vecchio non sia più agibile per avere la possibilità di buttarlo giù e di costruirne un altro di palazzo, non vedono l’ora di innalzare i loro idoli di cemento, che qui chiamano pesos. Tuttavia, i quattrinai non hanno fatto i conti con il vecchio che resiste alla iettatura (l’anticaglia a Buenos Aires è un feticcio). E resiste, io trovo, perché vi è una squisita aria nostalgica che pervade le vie di questa città: sarà per questo che anche il palazzo più pacchiano di tutti in fin dei conti non è poi così pacchiano, almeno secondo il nostro modello di pacchianità, che è comunque un livello molto basso: il cattivo gusto parla italiano. Deh, per chi lo agogna, è lecito tirare un sospiro di sollievo, e recitare un rosario a norma di legge, in ossequio ai numerosi antiquari che profumano di avanguardia le vie di Buenos Aires, difendendola.

Mi accorgo che in città c’è una fila ordinata e silenziosa ad aspettare l’autobus, che sembra di essere a Parigi. Ed è molto strano tutto ciò, soprattutto alla luce di un fatterello che mi è accaduto un paio di minuti fa, quando l’automobilista ha provato in mille modi ad investirmi.

Vado-a-piedi per le vie della Boca, un ex quartiere operaio di Buenos Aires, e, quand’anche disturbato dall’odore offensivo che proviene dalle acque del porto, un episodio si accorge di me: due bambine, appena uscite da scuola, iniziano a litigare tirandosi i capelli con una ferocia così pura che non riesco a chiudere la bocca e a fare nessun passo per cercare di dividerle. Sono due bambine dell’età di 6 anni, circa, che stanno cercando di strapparsi i loro bellissimi capelli lunghi e neri con una caparbietà nel non capitolare che io non ho mai riscontrato in nessun fatto della mia vita. La zuffa termina per l’intervento di una serie di fattori, non ultimo la stanchezza di darsele di santa ragione, e ciò che più mi stupisce mi ha stupito e mi stupirà è la naturalezza con cui una delle due ragazzine, immediatamente dopo la fine della violenta discussione, si lega i capelli e sale sull’autobus come se non esistessero più i brividi.

Mi accorgo della Bombonera, lo stadio del Boca Junior. Ci sono sotto e alzo la testa e sembra che tutto quello che mi circonda sia dedito alla taumaturgia.

Mi accorgo che la parrilla è la religione di stato e che la propina no está incluida e che se non conosci il chimichurri non sei mai uscito dall’Italia.

Mi accorgo che c’è un’altra consuetudine che ricorda Parigi: il caffè fa schifo.

Mi accorgo che il mezzo di comunicazione più usato non sono gli sms ma il teatro.

Mi accorgo che chiosco si scrive con la “k” e che calle libertad si è venduta all’oro.

Mi accorgo che rovistare nei cassonetti della spazzatura per certuni è un lavoro e per gli occhi dei Porteños  una normalità, come un morto ammazzato per la via agli occhi dei napoletani. A volte, a mio avviso, sembra che l’unica cosa importante per l’uomo sia avere un buco dove ficcarcisi. Forse è per questo che le anime sensibili sono sconvolte ogni volta che avvistano un ratto, gli ricordano quanto siamo miseri.

Mi accorgo che c’è un’ennesima consuetudine che ricorda Parigi, il sussidio. Con la seguente differenza sostanziale: mentre a Parigi questa forma d’aiuto alle classi meno abbienti viene definita stato sociale, qui la si definisce politica populista.

Mi accorgo che la fugazzeta è una pizza argentina e non italiana.

Mi accorgo che la danza cacharera riesce ad essere un ballo sensuale senza che la coppia di ballerini s’incontri fisicamente mai.

Mi accorgo che i graffi sui muri, i graffiti, sono fin troppo colorati per i miei gusti.

Mi accorgo che el Tute mi fa ridere e che le origini italiane sono mostrate come fanno  i reduci di guerra con le loro medaglie, raccontano una brutta avventura.

Mi accorgo che… dale, que lo pases lindo!

Pensieri di un capodoglio spiaggiato.

” Sogni d’oro ” – Nanni Moretti -1981

Pensieri di un capodoglio spiaggiato.

di Giorgio Calabresi

Stavo meglio prima.
Almeno credo. Questione di autostima.
Non ho ancora capito bene come mi sono arenato su questa battigia, ero in fondo al branco che come sempre nuotava più veloce di me.
Ho seguito la corrente, cavalcato le maree ma sono stato distratto come il mare non ti consente di essere.
Non posso vantarmi neanche di avere un arpione conficcato nelle carni o esibire cicatrici virili causate dall’ elica di una nave.
Ho fatto tutto da solo, sono goffo, disarticolato, fuori forma e ora anche fuor d’acqua.
I grani di sabbia grossa mi graffiano il ventre, il sole scotta sulla groppa bianca, le onde timide che arrivano a riva sanno di beffa e il vento che mi sferza il muso non soffia via la mia paura. Respiro piano, centellino l’autonomia.
Tengo gli occhi chiusi a fessura per la troppa luce, forse mi converrebbe addomentarmi ma non ci riesco, sono ancora troppo teso.
Intorno a me si agitano molti piccoli uomini concitati, sembrano tante formichine invasate.
C’è chi si avvicina a punzecchiarmi con un bastone, chi si mette in posa davanti a me per una foto, chi si domanda che sapore avrà la mia carne e chi si chiede se iniettarsi un pò del mio midollo in vena lo aiuterà ad avere un’erezione.
I più attivi sono quelli che vogliono salvarmi a tutti i costi, sembrano realmente in pena per me, qualcuno è perfino commosso.Hanno fretta di escogitare un modo per ributtarmi in mare, vorrebbero issarmi con delle corde ma sono troppo pesante, non ce la faranno e poi sono in disaccordo tra loro, ognuno è convinto di conoscere il nodo migliore.
Sembra che la loro salvezza dipenda dalla mia ma sono più spaventati di me.
Una donna, probabilmente in preda a crisi mistica, ha appoggiato il palmo delle mani e la testa sul mio addome e sussurra parole che non capisco.
Qualche bambino piange, altri mi tirano dei sassi mentre i gabbiani non aspetteranno ancora molto prima di consumare il loro brunch.
Qualcuno venderà biglietti per mostrarmi come fenomeno da baraccone, qualcun altro pagherà per aprirmi la pancia.
Dal mio corpo si possono ricavare almeno 30 barili di olio per lampade, 20 di preparato per profumi, 70 di grasso per cosmetici, e un centinaio di corsetti per donne.
Spero solo che non mi mettano in un acquario.
Un prete mi ha chiamato “sperma di satana”, un pescatore “lacrima di dio”, tutti gli altri “mostro bianco”.

Vorrei fare l’amore.
Penso al mio branco: ora mi indicheranno come esempio da non seguire, come monito contro la distrazione dagli intenti, contro la lentezza e il disorientamento.
Strategia della tensione cetacea.
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Il mio cuore ha cento anni, sono un mostro (spiaggiato) e non voglio morire..

L’aspra cronaca di verosimiglianza

Pablo Picasso con la pistola e il cappello di Gary Cooper

di Luca Palladino

Ogni volta che se ne usciva di casa c’era sempre qualcuno che le faceva un cenno d’intesa come se  l’avesse riconosciuta. In effetti tutti erano convinti di conoscerla, tutti la scambiavano per la verità ma non era la verità, tutti la salutavano come se fosse la verità ma non era la verità. Certo, nessuno poteva negare che le somigliasse, però non era la verità. Verosimiglianza c’aveva una sorte brutta come il peccato, l’affinità.

E dire che un tempo credeva fosse un bellissimo dono essere simile alla verità. Adesso, invece, era solo una routine che disprezzava quella di essere riconosciuta per quella che non era: diversi erano i suoi tratti somatici, pensava. Verosimiglianza deprecava quel momento in cui un estraneo ti dà la faccia di un altro: “sei identico a quel mio cugino”, dice l’estraneo.

Lo si lasci dire: l’aria si riempie di malinconia ogni volta che ti scambiano per qualcun altro. E’ aspro constatare che non si ha l’esclusiva manco per niente, nemmeno del proprio pelo sul naso. E’ come se ti cavassero un dente ogni volta che ti si fa presente di assomigliare a qualcun altro; è come se l’immagine che si vede dentro lo specchio tutte le mattine ti dicesse: “hey, sono io, non sei tu”. E’ come se ti avessero scoperto nudo mentre cerchi di defecare nella turca. Dio, che inopportunità.

D’altra parte, è un fatto noto che la vita è una cronaca aspra, per esempio: chi non ha mai assomigliato a qualcun altro? Ebbene, verosimiglianza ci assomigliava tutti li cazzo di giorni alla verità. Ed è profondamente ingiusto che ti usurpino della tua identità tutti li giorni. Verosimiglianza, pertanto, era arrivata all’esasperazione: si era decisa ad incontrarla sta verità per rifarle i connotati, soltanto che non la trovò mai perché nessuno gliela indicò. Inoltre, nessuno degli interrogati seppe rimanere serio alla domanda posta da verosimiglianza. Ogni volta che verosimiglianza chiedeva dove fosse di casa la verità, la turba si scompisciava dalle risate. Gli astanti non ci potevano credere che colei che avevano davanti, colei che chiedeva dove fosse la verità, non fosse la verità. Dev’essere stato sconfortante per Verosimiglianza constatare di essere così trasparente, constatare che ogni interlocutore avesse la certezza di conoscerla molto meglio di qualunque altro interlocutore; constatare che nessuno conosce la verità.

Sì, è una storia molto triste questa, una storia che è lontanissimamente lontana dall’happy end. Preparatevi a sapere in questa frase che Verosimiglianza, anche adesso che è diventata pazza, non ha smesso di essere simile alla verità.

Burro e altri misfatti

di Vandyke

 

Pedro Juan era seduto sul cornicione scalcinato della sua terrazza scalcinata al sesto piano dell’ Avana. Con le gambe che ciondolavano fumava un sigaro che gli durava ormai da 3 mesi. La canicola lo affaticava, ma non più dei discorsi di Annarella che filosofeggiava sul cibo mentre Pedro attendeva il primo pasto della giornata. Distratto dall’odore del rum che saliva dall’impasto di patate dolci, non badava troppo alle teorie culinarie cui Annarella si era data nonostante il razionamento che li affamava da tempo. A un colpo di frusta dato alle patate e al rivolo di rum che quasi evaporava per il caldo, seguivano 10 parole sulle virtù dei cereali e sulla letalità del burro. Quel burro Pedro Juan lo aveva rubato il mattino stesso durante una spedizione nelle campagne fuori l’Avana. Era partito di buon mattino, nonostante la notte insonne e la labirintite che lo faceva barcollare come un vecchio ubriaco senza nemmeno aver buttato giù un sorso di niente.

Aveva passato in rassegna tutte le case dei contadini impigriti dalla mancanza di sementi senza trovare nulla di commestibile da comprare,  con in mano  i pochi dollari  rimediati dalla vendita di una moneta commemorativa a un turista bianco.
Finalmente trovò un allevatore distratto e decise di rubare un pezzo di burro da portare alla sua Annarella, generalmente contenta di poter fare un dolce profumato e gustoso in quel periodo di grandi amarezze. Gli spiccioli che aveva se li tenne per il viaggio di ritorno.
Tornato a casa offrì il bottino alla sua donna con soddisfazione, sentendosi l’erede di un’intera specie. Lei lo scansò con fare inorridito, tirandosi fuori dalla complicità che un tempo li aveva uniti. Niente più burro d’ora in poi, e non c’è necessità o razionamento che tenga.

Pedro Juan è quello di “Trilogia sporca dell’Avana” di Pedro Juan Gutiérrez.
Annarella è sempre Annarella.

Gesualdo in fila per te

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di Luca Palladino

A Gesualdo, che se ne sta comodamente in fila ad aspettare il suo turno, gli hanno consegnato un numero: Gesualdo lo conserva gelosamente e capita che ogni tanto lo guarda, più per verificarne l’integrità che per controllare a che punto sia la fila. Gesualdo, che rifiuta ogni minima distrazione per non farsi trovare impreparato quando arriverà il suo turno, scaccia i suoi pensieri, e per farlo si aiuta con le mani. Gesualdo ha finito per attirare su di sé gli sguardi indiscreti delle persone in fila come lui; sguardi assassini dell’inusuale, sguardi che non accettano la diversità così come non si accetta che un fiume scorri libero. La sala d’aspetto non può accettare che Gesualdo cavalchi l’onda dei propri pensieri senza freni perché non riconosce la libertà come una possibilità. La sala d’aspetto, con tutti i suoi occhi, finisce per opprimere Gesualdo, il quale non capisce esattamente cosa stia succedendo dentro tutti quelli occhi così invadenti.

Il Gesualdo si fa pensieroso, la sua mente viene cosparsa di pensieri prepotenti come può essere prepotente la nutella sul pane, su per giù. Egli, tutto spalmato di pensieri, distratto da essi, sgualcisce il proprio numero irrimediabilmente. Alla vista del numero d’attesa spiegazzato Gesualdo soffre con due F, perché la sofferenza è sempre doppia mica come l’amore, a meno che non si commetta un errore di svista ma questa è un’altra storia. In mezzo a tutta quella sofferenza, repentinamente, una voce, insensibile e dall’inflessione stridula, esce dagli altoparlanti e chiama ripetutamente il numero assegnato a Gesualdo: “104, il 104, tocca al 104. C’è il 104? Ultima chiamata per il 104!”. Ma Gesualdo non sa che tocca a lui perché non percepisce più l’esterno, cosicché egli perde il suo turno e la fila e per oggi non riuscirà a provare quella sensazione strana che si ha quando “tocca a te”, quando si è davanti a ciò che si è lungamente atteso.

“Tutto codesto non è possibile!”, dice una voce fuori campo. Purtuttavia le convenzioni hanno deciso che lo è, hanno deciso che io tu noi siamo nella sala d’attesa ad osservare Gesualdo con occhi indiscreti. Occhi che lo feriscono come si fa con una vocale quando la si elide per abitudine, o perché si crede sia un errore non eliderla. Occhi che lo investono nella sua intima nudità e nella sua pura libertà e nella sua mera amenità e nella sua epifania.

Deh, il Gesualdo, nel mezzo della sala d’aspetto ad assecondare i suoi pensieri, apparentemente catturato. Il fiume trova sempre un pertugio e nessun uomo potrà arrestarlo completamente. L’acquiescenza non è del fiume, l’acquiescenza non appartiene a Gesualdo perché Gesualdo è un fiume: sillogisticamente, correntemente, potentissimamente, fondamentalmente, profondamente, totalmente.